La ragazza delle arance – Jostein Gaarder

Categorie Narrativa straniera, Recensioni

« Il tempo, Georg. Cos’è il tempo? »

La grande domanda che un padre malato pone, prima di morire, al proprio figlio.

Jan Olav, medico, marito e padre è terminale: vuole raccontare al figlio la storia della sua vita, la bellezza dell’esistenza, le fatiche dell’accettazione delle sue condizioni, le domande che lo assillano nella consapevolezza di dover lasciare questo mondo. Georg, però, è troppo piccolo: ha solo quattro anni. Jan decide così di scrivergli una lettera, nella speranza che la legga in età adulta.

E’ proprio qui che inizia il romanzo “La ragazza delle arance” di Jostein Gaarder, quando un Georg quindicenne si imbatte nella lettera scritta per lui dal padre nascosta nel passeggino. Il contenuto di questa lettera è di una potenza straordinaria: Jan ci prende per mano e porta con sé il figlio – e noi lettori – all’interno della sua straordinaria storia, quella dell’incontro e dell’appassionata ricerca della “Ragazza delle arance”.

Oslo. Un tram. Una ragazza con una giacca arancione in tinta con le arance contenute nel sacchetto che porta tra le braccia. Uno scambio di sguardi. Jan, diciannovenne, che tenta l’approccio. Una conclusione disastrosa: arance sparse per tutto il tram e la ragazza che si rivolge a lui apostrofandolo «Cretino!». Non si da per vinto perché la vuole incontrare nuovamente e da inizio a quella ricerca che gli cambierà la vita e gli permetterà di scoprire l’identità della Ragazza delle arance.

Il romanzo di Gaarder è un inno alla vita, un romanzo che sottolinea l’importanza di non sprecare neanche un momento del tempo che ci è dato di vivere. Quello di Jan Olav è uno sguardo appassionato, uno sguardo che abbraccia con fede e speranza ogni aspetto dell’esistenza: la precarietà della vita, il significato del tempo che ci è dato di vivere, la sofferenza, la malattia, il dubbio, la tenerezza della nostalgia, la difficoltà di avere pazienza. Passo dopo passo siamo condotti insieme a Georg in questo vortice di domande e riflessioni, che arrivano dritte al cuore, e Jan non forza mai la mano e non pretende mai di darci le risposte. E’ la tenerezza di un padre che non ha la pretesa di offrire soluzioni al proprio figlio, ma vuole porre al suo cuore le domande giuste perché possa intraprendere il cammino. La grandezza di un romanzo risiede spesso nel tenerci compagnia e quante volte, osservando il cielo, ho ripensato a Jan Olav che, guardando le stelle sul balcone di casa, domanda a Georg di quattro anni «Il tempo, Georg. Cos’è il tempo? Chi siamo e perché siamo qui?».

Penso che quella di Jan Olav sia una lettera universale e che appartenga già a ciascuno di noi: questo romanzo è un invito a non dimenticarla piena di polvere in un cassetto, ma a rileggerla ogni giorno consapevoli che la vita c’è e il mondo c’è.

“Perchè se c’è il mondo, allora le frontiere dell’improbabile sono già state scavalcate.

E questo ci dà la forza di sognare.

Perché sognare qualcosa di improbabile ha un nome. Lo chiamiamo speranza”.

Francesco Benazzi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA RAGAZZA DELLE ARANCE – Jostein Gaarder (2004, Loganesi, traduzione di Lucia Barni, 193 pagine)

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