G. FLAUBERT – UN CUORE SEMPLICE

Categorie Narrativa, Narrativa straniera

Mi sono imbattuto casualmente in questo libretto di Flaubert, come sempre portato dalla tendenza a scoprire opere minori di autori celebri, convinto che siano delle chicche che essi lasciano ai postumi, nelle quali sono più liberi di scrivere come piace a loro e di quello che piace a loro. Mi pare questo anche il caso di “Un cuore semplice”, un racconto di sessanta pagine che appartiene alla raccolta “Tre racconti” (pubblicata in un unico volume nel 1877); in esso Flaubert narra la storia di Felicita, una devota governante dal “cuore semplice”, traendo spunto proprio da una serva che aiutava la madre dello scrittore nelle faccende di casa.

Ce lo dice lo stesso autore francese, in una lettera scritta ad un’amica: “La storia di Un cuore semplice è soltanto il racconto di una vita oscura, quella di una povera ragazza di campagna, devota ma mistica, che si sacrifica senza esaltazione, e tenera quale pane fresco. Lei ama via via un uomo, i figli della padrona, un nipote, un vecchio di cui si prende cura e infine il suo pappagallo. Quando il pappagallo muore, lo fa impagliare e, morendo a sua volta, lo confonde con lo Spirito Santo. Ciò non è affatto ironico, come potreste supporre; al contrario, è molto serio e molto triste. Voglio commuovere, far piangere le anime sensibili, essendone una io stesso” (Lettera di Flaubert a Mme Roger des Genettes del 18 marzo 1876).

Felicita viene descritta come un’anima pura che, seppur segnata da dispiaceri ed ingiustizie, sa stare di fronte a quello che le accade con un’ultima disponibilità d’animo capace di renderla grata anche di piccoli gesti o situazioni e di non cadere nella disperazione, nel lamento, nella recriminazione che tante volte è la posizione degli uomini e delle donne di oggi di fronte alle difficoltà, un atteggiamento che impedisce di stupirsi di fronte alle cose e che perciò annulla la domanda di senso, la domanda su Chi è capace di rispondere a quel desiderio di felicità che nessuna situazione, nessun accadimento è capace di estirpare dal nostro cuore. Una irriducibilità che, centocinquant’anni dopo Flaubert, ci ricorda un altro scrittore francese, Houellebecq, che in una lettera pubblica a Bernard-Henri Lévy scrive: «Mi riesce penoso ammettere che ho provato sempre più spesso il desiderio di essere amato. Un minimo di riflessione mi convinceva naturalmente ogni volta dell’assurdità di tale sogno: la vita è limitata e il perdono impossibile. Ma la riflessione non poteva farci niente, il desiderio persisteva e devo confessare che persiste tuttora» (F. Sinisi, «Michel Houellebecq. “La vita è rara”», Tracce, n. 6/2019, p. 65).

La descrizione della povera e semplice esistenza, ma più ancora della posizione del cuore e dei pensieri di Felicita mi hanno riportato alla mente le parole evangeliche delle Beatitudini: “Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli! Beati quelli che piangono, perché saranno consolati! Beati i miti perché erediteranno la terra! Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”. Ecco, Un cuore semplice non è altro che l’illustrazione di queste parole di Matteo, in cui – come ricorda Benedetto XVI “i criteri mondani vengono capovolti non appena la realtà è guardata nella giusta prospettiva, ovvero dal punto di vista della scala dei valori di Dio, che è diversa dalla scala dei valori del mondo. Proprio coloro che secondo criteri mondani vengono considerati poveri e perduti sono i veri fortunati, i benedetti, e possono rallegrarsi e giubilare nonostante tutte le loro sofferenze” (Gesù di Nazaret, Rizzoli, 2007, p. 95).

Una bella scoperta, un piccolo gioiellino da mettere nello scaffale della libreria nella sezione “da rileggere”.

Andrea Salini

G. Flaubert, Un cuore semplice, Elliot, 2019, pp. 55.

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