Si dice che con settembre si ricomincia con il solito trantran e per le madri è forse ancora più vero.

Ne ritrovi parecchie davanti al portone della scuola, alcune felicissime della loro estate che dicono essere “volata”, altre stremate. Io appartengo a queste ultime, a quelle cui l’estate sembra eterna, e, proprio per questo, sono ancora più sollevata di rimettere in moto la macchina familiare. Non so quanto questa sensazione di contentezza durerà, immagino che presto desidererò che arrivi Natale per tirare il fiato, ma per ora, un pochino me la godo e ricomincio a leggere.

Pur essendo stati pochi i libri che mi hanno fatto compagnia nei mesi caldi, in ciascuno era presente una figura di madre che mi ha colpito. A volte nel bene, altre nel male. Ho pensato di ricominciare parlando di loro e di alcune mamme su cui non sono stati scritti libri o, meglio, che fanno parte del libro della mia vita.

In Qualcuno con cui correre di David Grossman, due madri mi hanno affascinato: Leah, amica della protagonista, un passato legato alla tossicodipendenza ben visibile nelle cicatrici del viso, ma che ha trovato la parte migliore di sé e la salvezza adottando la piccola Noiku; e Teodora, che madre in senso stretto non è perché è una suora, ma proprio per questo è madre spirituale per la giovane Tamar : la sua vita ha dell’incredibile (leggere per credere) come la dedizione e l’obbedienza con cui porta avanti il compito assegnatole da bambina, rinunciandovi solo per una missione più grande, ritrovare la giovane amica scomparsa.

Nell’ultimo libro di Michael Connelly, Doppia verità, altre due madri: la prima, scomparsa da casa lasciando la figlia neonata nella culla, diventa l’incubo di tutti i poliziotti che tentano di rintracciarla e la risoluzione di questo mistero sarà per loro uno shock non positivo; la seconda perde una figlia giovanissima dopo una brutale violenza e da allora vive nella disperazione, solo alleviata dall’uso di oppiacei potenti. Di lei avrà pietà il protagonista del romanzo che l’aiuterà a sperimentare un’altra chance e a salvarsi.

Nel romanzo La casa degli sguardi di Daniele Mencarelli, la madre è quella di Daniele stesso, il libro è la biografia di alcuni anni della sua vita. Daniele passa momenti difficili con l’unica compagnia del vino bianco. Per un bicchiere sacrifica tutto: amici, rapporto con le donne, famiglia. Sua madre è sempre lì: nonostante tutto lei sa di cosa lui abbia bisogno prima ancora che lui parli: un sonnifero, un caffè, un bicchiere per evitargli di uscire. Mentre lui dorme in camera, lei si sdraia sui gradini dell’ingresso e al mattino è tutto uno scricchiolare di ossa. Veglia su di lui, è il suo modo di stargli vicino. Il giorno dopo ricomincia la loro lotta, lei sempre silenziosa, in attesa di un cambiamento. Mi colpisce questo dettaglio dei gradini, perché dice di un’umiltà e una dedizione che solo le mamme che amano sanno avere, che il figlio sia neonato o già adulto.

Di madri che vegliano è piena la storia del mondo e la storia della mia vita: Silvia con Ale, Tiziana con Federica e Andrea, Chiara con Luca. Madri a cui manca la pergamena dell’università, ma che una laurea in medicina se la sono conquistata giorno dopo giorno accanto ai loro figli malati, da cui dicono di imparare tutto, perché i figli a volte diventano maestri per le loro mamme.

A queste madri inventate e reali (grazie al cielo mie amiche), dedico queste poche righe. Perché ricominciare è più facile quando hai accanto chi sa amare così.

 

Chiara Soldi