L’ULTIMA STAGIONE? PAZZESCA (CON UN VADEMECUM PER CHI FA POLITICA)

L’ottava e ultima stagione di Game of Thrones si è da poco conclusa, lasciando dietro di sé uno strascico di polemiche. Negli Stati Uniti è stato raccolto un milione di firme per chiedere di rigirarla da capo, di fatto cancellando i sei episodi che la compongono. Altri hanno visto nel brusco mutamento psicologico di Daenerys l’emergere del maschilismo patriarcale dei due sceneggiatori, altri ancora si sono limitati a dire che è una serie che “rovina” tutto ciò che di buono è stato costruito con le sette precedenti: archi narrativi banalizzati, personaggi scialbi come le loro scelte, poco credibili, battaglie poco interessanti e pochi colpi di scena.

A noi l’ultima stagione è piaciuta, tanto. Certo, ha dei difetti, ma ha anche tanto da dire. Per complicarci la vita, però, abbiamo deciso di leggerla a partire da un altro argomento attorno al quale oggi si crea un tifo da stadio: la politica. Cosa c’entra l’ottava stagione del Trono di Spade con le elezioni europee, comunali o regionali?

Presenteremo alcuni personaggi della serie, colti nei passaggi chiave dei loro ultimi, conclusivi, atti, e proveremo ad ascoltare cos’hanno da dirci. Il risultato non è assicurato, ma vale la pena tentarci.

Inutile girarci intorno: ci concentriamo subito sulla Regina dei Draghi, Daenerys Targaryen. Molti si sono identificati in lei, nel suo desiderio di rivalsa e di giustizia, con il suo obiettivo di “spezzare la ruota” che gira e tiene in piedi un sistema di nobili, ricchi avidi e violenti, che schiaccia il popolo, affamato e povero. Una rivoluzionaria, che proprio per la sua incapacità di arrendersi allo status quo ha combattuto, lungo tutte le sette stagioni, contro pregiudizi e soprusi, ed è arrivata all’ultima puntata in groppa a Drogon, il suo (ultimo) drago. Ha davanti a sé la regina Cersei, che ai suoi occhi rappresenta il Male, la causa dei tormenti subiti dalla sua famiglia e il vero “motore” che continua a far girare la ruota sopra citata. Dopo una battaglia di fatto a senso unico (la presenza di un drago, effettivamente, sposta gli equilibri), ha la capitale dei Sette Regni ai suoi piedi, le mura crollate, le difese abbattute, le porte distrutte. Può fermarsi: ha vinto. Cersei sarà arrestata, condannata, giustiziata se ritenuto necessario. È fatta. Ma la solitudine e l’ideologia hanno la meglio: Daenerys sprona il suo drago e con lui compie l’eccidio degli abitanti della città, distrugge la fortezza, che crolla sulla sua nemica e la uccide, abbattendosi poi come un cataclisma di fuoco su migliaia di innocenti. Perché parlare di solitudine e ideologia? La solitudine è quella di una donna che non riconosce il bene di chi ha il suo fianco. Il bene di Jon Snow, il bene dello stesso Tyrion, ma il bene anche di Varys. Davanti a sé vede ciò che non c’è – e che vorrebbe – rispetto a chi c’è – e che le vuole bene. Nel suo continuo guardare oltre, che ha contraddistinto la sua ascesa al potere, ha smesso di guardare sé stessa – e di scoprirsi guardata. La solitudine non è quella di sentirsi straniera in un’altra terra, o di non essere ricambiata in amore – non è questo il punto. Il punto è capire cosa prevale: la mia idea, o la realtà. E in Daenerys vince l’idea, poi espressa nell’ultimo dialogo con Snow: io so cos’è il bene. Non sono pronta a mettermi in discussione, perché chi mette in discussione il bene – cioè è la mia idea – è il male, inevitabilmente. Una contrapposizione così netta, esiste solo nelle ideologie: il popolo e i nemici del popolo, in mezzo c’è terra bruciata. Daenerys cade nella solitudine e quindi nell’ideologia: dimentica la sua stessa storia, gli sguardi, gli uomini e le donne che l’hanno sostenuta, che l’hanno resa chi è – dimenticando quindi sé stessa.

Sarà Brandon Stark, detto “Bran lo spezzato” data la sua disabilità fisica, a prendere il “suo” posto come re dei Sei Regni (il Nord ottiene, infatti, l’indipendenza). Verrà scelto, non si proporrà come sovrano: Tyrion il nano lo indicherà come l’uomo giusto per guidare le turbolente terre di Westeros. Perché? Perché il potere non corrompe chi non lo desidera, chi non si trova dove si trova per il desiderio del potere stesso: Bran non è Re perché lo vuole e perché ha combattuto per esso, ma perché saprà resistere alla tentazione della solitudine garantita dal dominio assoluto: solitudine resa possibile proprio dal potere ricercato per sé stesso, il medesimo potere di autoaffermazione che ha “corrotto” Daenerys. Il potere diventa bene comune se è esercitato per altro che non sé stesso, per non accrescersi voracemente, per non affermarsi davanti – e a dispetto – di altri. Ma non basta non desiderare il potere per usarlo per costruire il bene comune. Ed è qui che entra in scena l’ultimo personaggio di cui parliamo, in questa nostro (azzardato) paragone tra Game of Thrones e la politica dei nostri giorni.

Il protagonista assoluto di questa serie televisiva, è soprattutto della sua contestata conclusione, non è nemmeno un uomo: è un mezzuomo (qualcuno ha detto hobbit?), un nano: Tyrion Lannister. Ha creduto in Daenerys, nella sua lotta per la giustizia e per il bene, ma si è accorto del suo sguardo ormai perso, assetato di vendetta. È nel suo dialogo con Jon Snow che si gioca tanto di quanto vorremo dire: il potere non determina, da solo, il continuo desiderio di sé. È la nostra libertà, le nostre azioni, ciò che scegliamo di seguire, che determina e mostra se vogliamo la vendetta, o il bene. Il fine non giustifica tutti i mezzi. Ci sono limiti oltre i quali non è possibile andare: Daenerys, convinta di sapere cos’è il bene, è disposta a tutto pur di raggiungerlo. Ma ancora una volta, è sola, in questo desiderio: non vede la realtà, chi la guarda – come Jon – ma vede solo sé stessa e il suo desiderio. Tyrion ricorda a Jon una verità elementare: una scelta è sempre possibile, sta a noi giocarla come riteniamo giusto. Cos’è, però, il “giusto”? Non una teoria astratta, ma un bisogno che emerge dalla concretezza vissuta: come non riconoscere che una città data alle fiamme e distrutta da un drago non può essere “giusta” in nessun modo! È qui che si gioca tutta la distanza tra Daenerys e Jon: lei non ascolta più nessuno, se non sé stessa e la sua idea, di vendetta e di giustizia; Jon, grazie a Tyrion, si accorge della possibilità di una scelta che rimane alla sua portata. E decide.

Ma la grandezza del più giovane dei Lannister non sta solo in questo confronto con Jon Snow: uccisa Daenerys, Tyrion è colui che propone Bran come legittimo Re di Westeros. Perché scegliere un ragazzino su una carrozzina di legno? Sicuramente per quello che abbiamo ricordato prima, ma non solo. Abbiamo parlato di potere, di giustizia, di bene, di scelte. Ma tutti questi elementi prendono carne in storie concrete: in esperienze. Sono le storie che abbiamo vissuto che ci tengono assieme, le storie che condividiamo: la nostra storia, la storia che stiamo vivendo, la storia da cui proveniamo, quella che stiamo costruendo. La storia che è la memoria di qualcosa che è accaduto, delle sue ragioni, a monito del presente e di indirizzo del futuro. Certo, la scelta rimane, il dramma anche, ma non è calato nel nulla: prende corpo in una storia particolare. Sono le storie che tengono assieme le persone, perché nelle storie è possibile riconoscersi, dirsi “Si, io c’ero. Ho visto anch’io. So da dove vengo, ed è lo stesso luogo da cui vieni anche tu”. Ci permettono di andare oltre il nostro limite, per ricordarci un’appartenenza più grande, che ci precede: noi apparteniamo alle nostre storie. E quindi, chi meglio di Bran, che custodisce tutte le storie del mondo, per tenere assieme Westeros?

Il potere c’è, e ci sarà sempre. Insieme ad esso, la libertà e il dramma della scelta. Ma ciò che permette al bene di essere uno strumento per costruire, alla libertà e alla scelta di seguire dei principi, è l’appartenenza ad un orizzonte più grande di ogni nostro limite. Un orizzonte fatto di volti e voci, di persone e delle loro avventure, di scelte e di ragioni che ci hanno preceduti. E che sono lì, tutte da riguadagnare, a portata di mano. Game of Thrones ci insegna che la politica migliore è quella che non è vissuta come fine a sé stessa. Il migliore politico non sceglie la politica per la politica: la sceglie perché arriva da una storia, di cui fa memoria, e a partire da quella si lancia in un dramma fatto prima di tutto di una pluralità di storie singolari, diverse, anche in conflitto. Il potere non serve a metterle una contro l’altra, o ad imporre la propria idea rispetto a quella di un’altra. Il potere serve a far nascere, e a custodire storie – esperienze, non idee. C’è una vita che viene prima di ogni potere, da guardare e da ascoltare. Da lì si può costruire. Anche in politica.

Matteo Colombo